di LUCIA SERINO

 

“Portategli da bere”, ordinò Sir Francis Nevile Reid alla servitù. Davanti a Villa Rufolo, la residenza del botanico e letterato scozzese che ha saldato per sempre il suo nome a Ravello, c’era un gruppo di briganti maleintenzionati. Il ciabattino del paese aveva portato la spiata al nobile massone mettendolo in guardia: settanta briganti stavano per rapirlo e per rapinare la villa. Era il giorno della festa di San Bonaventura, il 4 settembre del 1862. L’attacco di Ravello sarebbe stato solo l’ultimo di una stagione di fuoco che vide i guerriglieri della Costa d’Amalfi (Gennaro Cretella, “diavulillo”, Pietro Oliva “Pietro e Lia”, Gennaro Petrucci “Chiuppetiello”, Francesco Vuolo, “o Vettechese”) scendere dalle montagne tra Agerola e Gragnano, Scala e Ravello, per invadere (invano) Praiano e Amalfi. L’attentato a Reid doveva essere il colpo grosso finale. Grazie alla spiata e al tempo prezioso guadagnato con la sbronza dei brigantij, il lord riuscì a scappare, scendendo fino a Minori dove l’attendeva una imbarcazione che lo portò a Capri. Sull’isola sarebbe rimasto fino a quando le montagne ravellesi non furono bonificate.

 

L’aneddoto, poco conosciuto finora, lo racconta, attingendo al Times che lo scrisse alla morte del botanico, un ravellese appassionato cultore di storia borbonica, Cesare Calce, che ha dato così il suo contributo al convegno sul brigantaggio organizzato dal Comune di Ravello e svoltosi nel settembre scorso. Gli atti sono stati appena pubblicati in un ben curato libretto (Gutenberg edizioni con contributi anche di Francesco Cuomo, Giustiniano Rossi, Donato Sarno) che ha il merito di raccogliere anche fonti documentali della repressione che lo stato unitario mise in campo  per debellare quella che, come giustamente sottolinea nella prefazione Maria Gentile, fu una guerra civile a scopo sociale, prima ancora che politico. I contadini meridionali del regno delle due Sicilie sarebbero diventati i cafoni del Sud, il latifondo e i privilegi dei vecchi baroni utilitaristicamente votati al nuovo  Regno d’Italia rimasero intatti, i terreni fino ad allora sfruttati come “usi civici” requisiti e messi all’asta a beneficio dei ricchi.

 

Evitando il rischio del revisionismo storico e di tentazioni neoborboniche ma anche gli eccessi della storiografia liberale, lo studio del brigantaggio resta utile a capire non solo la condizione di vita dei contadini meridionali ma anche le resistenze che i ceti più alti (la pubblica amministrazione in primis) ebbero nei confronti dello Stato unitario. In una parola serve a capire la complessità della mai troppo discussa questione meridionale.

 

Per tornare alla storia del nostro Nevile Reid, Calce ha il merito di porre dubbi sulla ricostruzione del Times e si interroga anche sull’asprezza dei toni usati dal giornale inglese. Sullo sfondo del quadro politico delle alleanze dell’epoca e degli interessi commerciali della marina di sua maestà, c’è un ulteriore elemento che l’autore della ricerca offre riconducibile a un contesto di sistematica disinformazione che gli inglesi praticarono in quel periodo. Cambiano i tempi,  gli strumenti, ma le pratiche sono sempre le stesse. Reid, infatti, era il cognato di Giacomo Lacaita, ex procuratore della legislazione britannica a Napoli, poi naturalizzato inglese. Con lui condivideva l’iscrizione alla stessa loggia massonica. Lacaita era “un prezzolato arruffapopolo”, scrive Calce (il figlio avrebbe ereditato Villa Rufolo da Reid). Gli inglesi grazie a massoni come Lacaita avevano lanciato una campagna mediatica contro il regno delle due Sicilie, un modo per creare utile contesto di delegittimazione. E’ probabile, conclude Calce, che l’episodio di brigantaggio raccontato dal Times non sia stato in realtà tale, quanto piuttosto un legittimo tentativo di un gruppo di ravellesi di chiedere udienza al signorotto tra l’altro ricordato a Ravello per la sua filantropia. Una versione, insomma, quella del giornale inglese, forzata e strumentale.

Auspicabile l’intenzione di Calce di proseguire la ricerca con ulteriori acquisizione di fonti perché la storia di un luogo, come sottolinea il sindaco di Ravello, Salvatore Di Martino, in premessa, è fatta di futuro che si alimenta del suo passato.

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