L’ uomo che inventò il Natale ha fatto proprio un bel lavoro. Sono centosettantaquattro anni che il mondo occidentale festeggia qualcosa che non ha niente a che fare con il bue e l’asinello ma molto con quello spirito di Natale nato dalla novella di Charles Dickens, lo spirito che intenerisce il cuore dell’avaro Scrooge, gli toglie il sonno e lo rende finalmente umano. The Christmas Carol, Il Canto di Natale, è uscito nel 1843 ed è stato una sorta di pietra miliare, il momento in cui in piena rivoluzione industriale, in una Londra dei bassifondi dove i poveri d’inverno morivano di freddo e di fame e si spezzavano la schiena in fabbriche malsane e senza orari, si riconosceva agli ultimi degli ultimi il diritto di stare a casa per un giorno per festeggiare con i propri cari. Da centosettantaquattro anni lo spirito di Natale è vivo e lotta insieme a noi. Specialmente dopo il pranzo con i parenti, quando uno non vede l’ora di buttarsi sul divano e avvolgersi nelle copertina di Linus del classico film di Natale. E’ sempre lui, lo spirito di Natale, quello che in teoria ci dovrebbe rendere tutti più buoni. Ma anche i cattivi e i cinici, quelli che negano di esserne vittime, non sfuggono al famigerato fantasma di Dickens. E’ quella cosa un po’ sdolcinata e zuccherina per cui tutti si sentono in dovere di telefonare alla vecchia zia che non chiamano da dodici mesi e che spinge a far scivolare il cartoncino di auguri sotto la porta del vicino di casa con il quale si litiga per la spazzatura sul pianerottolo. Dickens è il capostipite di tutte le icone che nutrono i nostri Natali. Colpa sua (o merito, a seconda di come uno la vede) se ogni anno le televisioni rispolverano il classico delle festività, possibilmente in bianco e nero e comunque di preferenza vintage. Filiazione diretta del cattivo Scrooge, meno classico ma forse addirittura più iconico è La vita è meravigliosa, il film dei buoni sentimenti per eccellenza. Il sempreverde di Frank Capra con James Stewart è uscito ne11946 e secondo l’Enciclopedia britannica, grazie ai suoi immancabili passaggi televisivi, è diventato il «sinonimo di Natale». Ogni anno lo si riguarda, tutte le volte con la speranza che l’angelo arrivi in tempo a salvare l’aspirante suicida. E poi soddisfatti per il lieto fine possiamo addentare un’altra fetta di panettone. Ogni famiglia ha il suo rituale natalizio e come una sorta di lessico ginzburghiano si spazia da Mary Poppins e Mamma ho perso l’aereo, dove chi ha prole trema per le idee devastanti che la piccola peste può trasmettere ai propri figli. E poi i cartoni Disney, da La carica dei 101 a La spada nella roccia, o Polar Express, E.T., Miracolo sulla 34esima strada e La storia infinita. Buoni sentimenti a gogò e occhi lucidi per i più teneri di cuore, per un giorno raggomitolati sotto la coperta dello spirito natalizio. E se qualcuno proprio non ce la fa, può sempre rifugiarsi in uno dei pochi classici di Natale politicamente scorretti, Babbo bastardo, dove una coppia di ladri specializzata nel derubare centri commerciali il giorno di Natale ogni anni si ripromette di smettere. Ma come si sa, di buoni propositi è lastricato l’inferno. E anche la vigilia di Natale.
(Caterina Soffici, La Stampa)

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