10 dicembre 2017, ore 22,15 <br>

di EMILIA FILOCAMO

Vengo via dall’Auditorium Oscar Niemeyer come dalla pancia  trasparente di una balena. La sera è calma ormai,  ed accompagna la parte del pubblico più frettolosa di rientrare. Tutti gli  altri sono ancora dentro, prigionieri consapevoli e felici dell’effetto/ incanto/ pozione  dei componenti dell’orchestra del Teatro Verdi di Salerno, attratti, come da un pifferaio a più voci, dagli acuti e dalle note del vincitore.  E’ la fine di un’altra serata,  questa fatta di bel canto, ma soprattutto di gioventù, e di sogni. Perché quello che si è visto, nella sera della IX edizione del Concorso Internazionale di Canto Lirico, è stata una “ ciurma” di  naviganti coraggiosi. E’ stato bello guardare anche se di sfuggita, gli occhi e la trepidazione di  soprani,  mezzi soprani, tenori e baritoni, del basso che sapeva di est, spiare i movimenti delle loro labbra che si arrotondavano per far tuonare la voce, sentire l’ansia e la speranza dei genitori che erano in attesa, come prima di un esame, prima di un voto. Mi ha colpita il giovane concorrente che con il direttore d’orchestra del Teatro Verdi, all’ingresso, prima che tutto iniziasse, provava e riprovava colore ed intonazione, bordando la partitura di forte e piano, di forcine per indicare dove l’intensità era più o meno  necessaria.  Ma questa è soltanto una delle serate che faranno  Natale a Ravello. La musica, che è cucita come una tasca/ genio della lampada  nelle viscere del paese, è il modo usuale per sentirsi a Ravello. Si è anche  riso, ci si è commossi, nella pancia della stessa balena spiaggiata sui terrazzamenti di Ravello, si sempre all’Auditorium. Si è riso a colori, guardando le immagini restaurate di Miseria e Nobiltà, frutto del lavoro certosino di “ sarti” di grande talento, quelli del Centro di Cinematografia Sperimentale di Roma. Il genio del principe De Curtis, immortalato dalle foto dell’archivio dello stesso Centro, hanno attirato bambini ed adulti, perché niente ci appartiene ed accomuna di più di un sorriso. Dentro questa balena mediterranea, visibilissimi il lavoro e la concertazione armonica della  Fondazione Ravello e del  Comune di Ravello, autori dello splendido ripieno chic  nella portata vista mare dell’Auditorium. Perché la verità è che  Ravello è bella anche in inverno, e questa cosa, a dispetto di meteo e difficoltà, silenzi e chiusure stagionali di alberghi e negozi, diradarsi di folla dal cuoio capelluto della nostra Costa, va urlata. E’ vero, sono messi per un istante dietro l’angolo, le paillettes e i lustrini tutti grandi firme, Hollywood, avvistamenti, eventi,  profumo/ vibrato  dalle geometriche fucine incanto di Villa Rufolo, ma Ravello si è soltanto struccata, e sotto  resta la sua pelle più autentica, quella che talvolta ha freddo, talvolta ha  nebbia.

La poesia di Ravello ha una terzina invernale, un enjambement/ masso che, come un vecchio molare stanco, si stacca, foglia possente, dalla dentatura incanto del teatro di rocce che la circonda. Non importa, Ravello si conquista, nonostante qualche difficoltà. Ed  è  bella anche quando la Babele dell’estate decide di abbandonarne timone e plancia. Gli alberi maestri, sono ancora i  cipressi e i  pini di Gore Vidal, si quelli  puntellati dal canto di uccelli maestri di contrappunto, adusi a Wagner, alle sue Valchirie; e le vele,  una volta asciutte dall’insistenza/ coriandolo  di febbraio, saranno nuovamente  pronte a gonfiarsi.

Ali   di un magnifico cigno / prua.  

 

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