di Lucia Serino

Kent Nagano si ferma, incantato dalla luna a picco sul palco. Il concerto è finito, ma il maestro nippoamericano che ama Mozart e Frank Zappa non vuole lasciare il podio. La notte di luglio è piena di luce, il giro della Terra regala una luna piena issata in cielo come una lampara calda e chiara che illumina i violini, immobile, affacciata pur essa ad ascoltare. Il direttore la guarda e invita l’orchestra a suonare per lei, ancora una volta, e due e tre. Fantasia in Mi maggiore di Bach, una Deutsche Tanze di Schubert e l’overture da “Le nozze di Figaro” di Mozart: un lungo fuori programma perché la magia non si interrompa e la quiete della sera ormai giunta custodisca l’incanto dell’infinito che sta di fronte. Perché la musica è silenzio, è pausa tra i rumori.
Anche gli applausi sono in punta di mano. Gli ospiti passano per i giardini fioriti di villa Rufolo, gli stessi che piacquero a Wagner, attraversano il viale del chiosco moresco, l’aria è tiepida e la notte ancora lunga, c’è tempo per sedersi ai tavolini della piazzetta, birra e panino – qui condito al limone – i più giovani recuperano un posto sulle scale della cattedrale, postazione di ozio sublime per lasciare che il tempo scorra senza pretese. Se è vuota, il posto migliore è la panchina a onde all’angolo della villa, quella che scelse Steve Jobs per farsi fotografare con la famiglia in un’estate che non sarebbe più tornata.
La musica appaga e basta a se stessa. Amalfi? Positano? La costa è vicina ma non cercate il mare a Ravello, come racconta Antonio Scurati, il mare qui è fatto per essere guardato. “Il mare è, certo, onnipresente allo sguardo dell’ammiratore, lo invade da ogni lato, stordente, travolgente, come un soave supplizio erotico, ma resta un quadro di lontananza. Ravello non è bagnata dal mare, ne è sognata. Ravello non è una località balneare, è il sentimento del mare, l’apparizione indimenticabile di una divinità benigna”
Un giorno a Ravello è per sempre, vale tutta la vita. L’arte dello svago qui è guardare gli sguardi degli altri. Il tempo è un labirinto dove sembra impossibile perdersi, il saluto è il lasciapassare per il nostro distacco, piccola parola d’ordine da pronunciare prima di una nuova attesa. Sullo sfondo il mare, che da quassù è sempre una tavola piatta. Ravello è l’archè del paese delle meraviglie. Ma nulla è artificiale, nulla è sovraimpresso. Tutto resiste al vento e al sole. Il palazzo della Marra, rudere d’ingresso, è ancora lì, arco trionfale d’accesso al borgo, sagoma illuminata tra fiori e ceramiche. Larghi e viuzze, scale ripide e gradoni allungati, ma soprattutto terrazze che scendono a mare, limoneti profumati che d’estate tolgono il velo e diventano paesaggio unico. Puoi decidere che forma hanno le nuvole e le montagne, ma il soldato dorme sempre lì, lo riconosci disteso con l’elmo sull’ultima cima. Eterno.
“Ravello – diceva Gore Vidal che qui amò vivere – è il posto ideale dal quale guardare la fine del mondo”.
Nel tempo lungo dell’estate fioriscono le complicità, quelli dei ragazzi che la sera si affacciano al belvedere della principessa, lungo il viale dei grandi alberghi, e quelli delle star nascoste dai berretti: Kit Harington con Rose Leslie che fanno colazione, cammina, all’uscita di Villa Rufolo, Richard Gere, anche per lui un panino dopo il concerto, e Katy Perry che si disvela dopo un gioco di sosia e cappelli e scende nei camerini del palco di villa Rufolo – transenne a strapiombo sul mare – per abbracciare i ragazzi del coro venuti da Chicago. Kevin Spacey passerà a Ravello la sua ultima estate di gloria per un omaggio a “Gore” che mai arriverà. Persino l’illusione qui è meno amara.
L’estate è lunga a Ravello, ma se l’ami davvero l’attraversi anche d’inverno, quando il mondo sta pensando di arrivarci e tu puoi immergerti nella nebbia e nel vento che è un paradiso non meno dell’azzurro perché un unico vortice è la vita delle stagioni. Ogni ritorno è un inizio, anche col gelo e con la neve, quando il valico di Chiunzi è chiuso e non puoi attraversarlo guardando il Vesuvio con le mille luci dei paesi alle falde e Ravello è una conquista arrivando da Vietri, paese dopo paese: il mare borbotta, a volte sa essere malvagio, e la sfida è scansarlo quando schiumoso si allunga sulla spiaggia. La promessa è semplice, imparare ad ascoltarlo senza alcun bisogno di parlare.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here