Di Ravello, la prima volta che ci sono stato da bambino, non ho capito la bellezza. Per me fu un posto come un altro, visto di passaggio, per un giorno o forse due, non ricordo neanche in quale occasione (la memoria infantile è fatta soprattutto di fotogrammi che riposano nei ripostigli della mente nella stessa gradazione sbiadita, e di tanto in tanto riaffiora un dettaglio, un guizzo, un profumo, una voce, la mano di tuo padre posata stancamente sul volante lungo le curve che salivano mentre tu, dal sedile posteriore, incrociavi la tua faccia riflessa nello specchietto retrovisore e dall’esterno veniva un odore di alberi e l’orchestra dei grilli, un brandello di frase buttata lì da tua madre che avanzava proposte sull’itinerario per raggiungere più facilmente la destinazione in quelle estati appena cominciate e tu e tuo fratello all’oscuro di tutto, consegnati alle loro decisioni e alle loro direttive: forse è questo che vuol dire sentirsi figli di qualcuno, ignorare la meta, approvarla in partenza, fidarti di ciò che ti sarà dato e apprezzarne molto più tardi il valore, capire per ricostruzione, per indizi, ed è così in fondo che ognuno edifica la propria affettività, scoprendo colpevoli e innocenti, protagonisti immeritati e comparse sottovalutate della propria famiglia, figure ben diverse da come gli erano state presentate quando non aveva alcun metro per valutarle, e nel crescere si sceglie sempre una parte, si decide chi ripagare e chi buttare giù dalla torre, facendosi giustizia da sé, quella giustizia impotente in cui la condanna assume la forma del rimorso perché con gli anni le colpe si prescrivono e non ha senso accanirsi su chi è diventato fragile e neanche ricorda ciò che ha fatto oppure finge contando sulla collaborazione di chi sa e tace, ma poco conta che resti impunito perché il sommarsi degli anni sfigura le cose e perfino le umiliazioni accusano gli acciacchi del tempo), Ravello allora era un posto che non avevo motivo di preferire ad altri, anzi paragonavo al ribasso ai pochi che conoscevo e frequentavo e di cui sentivo la mancanza appena d’estate un paesaggio nuovo mi si stagliava davanti e la sua estraneità già mi affaticava in vista del lavoro che mi sarebbe toccato per adattarmi, imparare a giocarci, farmi degli amici, ignorare il passaggio dei giorni finché, terminata la vacanza, non avessi accusato il dispiacere di andarmene, il sintomo perfetto che per me certificava la convinzione d’essere stato felice, visto che la felicità, qualunque cosa sia, è scritta sempre nei titoli di coda.

Quel che ricordo, di quel giorno o due, di Ravello – per quanto le parole che uso oggi non rendano la metà di ciò che allora sentivo e raccontavo a me stesso con il linguaggio bambino del tempo (più sognante e certo più affidabile di quello con cui adesso mi guadagno addirittura da vivere) – è l’impressione di uno splendore attutito, dimesso, che non folgora l’occhio ma lo ammalia, dunque in un certo si nega, opponendosi alla versione più diffusa e volgare di sé (ciò che splende acceca, dunque s’impone e prevarica: quello di Ravello, al contrario, è splendore che seda, attutisce, consola e finanche isola, quasi che affacciandoti alle sue terrazze, camminando per le sue stradine, salendo o scendendo per le sue scale, rimpicciolendo fin quasi a scomparire davanti all’immenso che si spalanca dalle sue altezze, tu scivolassi in una solitudine consolante, un’introspezione pacificata con i conflitti che ti porti addosso e dentro, tant’è che non hai bisogno di parlare, più esattamente hai voglia di silenzio o almeno vuoi che si abbassi la voce, perché chi urla, a Ravello, non ha capito dove si trova).

Di Ravello, quella volta, non ho capito la bellezza (non con le parole che ora ho scelto per rappresentarla), ma se a distanza di così tanti anni ne conservo la stessa impressione (un’impressione che allora era fatta non di parole ricercate ma di attimi di stupore, profumi, squarci d’immensità: quella disarticolata orchestra di emozioni che investe i bambini come luce e li commuove ed esalta nell’arco di pochi attimi, e loro non sanno cosa sia e perciò piangono e ridono, e capiranno in seguito, ricostruendo la propria affettività per indizi, scartando e tenendo, come faranno con i familiari sopravvalutati e maltrattati, facendosi giustizia impotente da soli e scegliendo da che parte stare), se oggi sono in grado di descriverla o quantomeno di provarci, vuol dire che quello splendore è rimasto intatto nella mia memoria e nella percezione che ho avuto e continuo ad avere di un luogo come Ravello: vuol dire, quindi, che la parole che oggi uso sono la traduzione di quelle altre, che al tempo non avevo.

Forse è questo splendore paradossalmente dimesso, questo splendore disinteressato a stupire, questo splendore che lavora nel tempo e lascia un gusto, l’impronta di uno stile, di un senso particolare della bellezza; è questo stesso splendore a cui il mio amico Giancarlo Postiglione (appassionato frequentatore di Ravello) intendeva, una sera in cui mi disse: “Di Ravello, quello che amo di più è il garbo”. E mi colpì la scelta di una categoria (quella del garbo) generalmente riservata alle persone, quasi che Ravello fosse non qualcosa ma qualcuno, e dunque avesse dei modi, uno stile, una particolarità nell’accogliere, conservare, presentare, nascondere.

Non credo che Giancarlo si sbagliasse: anzi, non si sbagliava affatto. E chi conosce Ravello anche soltanto un po’ (ci scommetto), al suono di quella parola si sarà trovato a far cenno di sì con la testa.

Era logico (di più: giusto) che l’architettura naturale di Ravello fosse scenario di concerti indimenticabili; che ospitasse musica. L’essenzialità dell’allestimento dei suoi concerti sospesi fra cielo e terra mi è sempre sembrata la rappresentazione perfetta del senso più autentico di quell’arte: l’idea che la musica sia fatta per l’aperto, che non voglia muri ma spazi, che il suo destino sia di perdersi, confondersi, diventare una qualità nell’aria, appartenere a chiunque, riguardare non solo l’orecchio umano ma tutto ciò che è vivo e può ascoltarla a proprio modo.

La prima volta che sono stato a Ravello per vedere un concerto, non l’ho visto (pare che funzionino sempre così, le mie prime volte a Ravello). Arrivai tardi – in costiera c’era molto traffico (lo so, potevo partire prima), – e non mi fecero entrare. Così rimasi fuori in modalità audio-scrocco, in religioso ascolto del concerto che procedeva di brano in brano, insensibile alla mia esclusione. Mi piacque lo stesso. Anzi, dopo un po’ arrivarono degli altri ritardatari, e si unirono a me, separandosi dagli amici che preferirono recuperare la serata in pizzeria. Formammo un discreto gruppetto di ascoltatori abusivi, e dopo un po’ facemmo pure amicizia. Avevamo ben poco dell’eleganza dei pubblici colti dei concerti di musica classica, ma facemmo il nostro dovere di innamorati della musica più che egregiamente. Se quel concerto si fosse tenuto al chiuso, addio musica, per noialtri che non avevamo diritto all’ingresso. È da allora che mi piace pensare alla musica come a una cosa che deve stare nell’aria, e a Ravello come a una succursale di paradiso dove hai diritto a rimanere anche se non hai comprato il biglietto.

Diego De Silva 

Diego De Silva è nato a Napoli nel ’64.

Tutti i suoi libri sono pubblicati da Einaudi.

 

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