Per capirne l’incanto, bisogna partire da qui: a Ravello non c’è il mare. Il mare è, certo, onnipresente allo sguardo dell’ammiratore, lo invade da ogni lato, stordente, travolgente, come un soave supplizio erotico, ma resta un quadro di lontananza. Ravello non è bagnata dal mare, ne è sognata. Ravello non è una località balneare, è il sentimento del mare, l’apparizione indimenticabile di una divinità benigna. Per questo motivo, un’infanzia, un’estate, una notte a Ravello sono memorabili: perché la loro vocazione è di essere rievocati nella distanza, di una terra straniera, di una maledizione metropolitana, di un’esistenza mal spesa. Ravello, insomma, anche se visitata di sfuggita, dura tutta una vita.

Per questo stesso motivo, la bellezza di Ravello – con le sue memorie millenarie, le sue rovine di antichi splendori – è una bellezza ipermoderna. Perché a Ravello il mare meraviglioso di Ulisse si contempla dal vivo, in carne e ossa, sulla propria pelle ma in una visione a distanza, in una tele-visione naturale. A Ravello, per una volta, la bellezza – non la bruttezza – è nell’occhio di chi guarda. Ravello è il paradiso dello spettatore.

Non a caso, in un pomeriggio di maggio del 1880, a Richard Wagner, salito da Amalfi a dorso di mulo, bastarono poche righe di diario e poche ore di visita per assegnare a questo splendido, remoto paese un posto stabile nella geografia artistica contemporanea. La malia luminosa dei suoi giardini diverrà, infatti, esemplare terrestre dell’Eden mediterraneo vagheggiato dall’incolmabile distanza delle buie brughiere nordiche. Le rare volte in cui la tarda modernità novecentesca – di casa negli inferni o nei purgatori di Berlino, Londra o New York – riuscirà a immaginare un paradiso in terra, questo avrà le sembianze dei giardini di Ravello.

L’aspetto formidabile di questa fugace, reciproca impollinazione sta proprio nella capacità della bellezza di Ravello di generare ispirazione – e dunque altra bellezza – in qualità di scenario. Non è un caso che Wagner vi s’ispirò per una scenografia quando le musiche del Parsifal erano già interamente composte. Wagner non ha prima visitato Ravello e poi composto il Parsifal. Il maestro tedesco attinse alle oscure mitologie nordiche, compose la sua musica e solo alla fine trovò nel presunto archetipo della bellezza mediterranea il vaso terrestre in cui versarle.

E’ proprio questo il genius loci. L’offrirsi a chiunque – anche ai cattivi, anche ai brutti, anche ai torvi – di questa bellezza prona a mo’ di scenario dove ambientare la nostra favola sentimentale o erotica o nostalgica, la nostra utopia sociale o la nostra mitologia personale. Non importa, insomma, quale bellezza versi nel vaso. Ciò che conta è che il vaso sia lì, capiente, accogliente.

E versate pure a piene mani, siate generosi con voi stessi. Non lesinate, tanto non c’è da smascherare nessun inganno. La bellezza, si sa, è solo un immenso equivoco ma la virtù di luoghi come Ravello sta proprio nella capacità di alimentarlo.

Antonio Scurati 

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