In questa intervista il fulcro, l’elemento fondamentale, doveva essere sostanzialmente la storia di un debutto teatrale, dunque la storia di un’emozione, di una prima, di una liturgia consacrata poi giustamente dalla messa in scena. Nello specifico, questa intervista doveva essere attenzione totale sulla data di sabato 21 novembre, quando al teatro Duse “Le Prenom” dei francesi Matthieu Delaporte e Alexandre de La Patelliere, debutterà con la regia dell’attore Antonio Zavatteri. Lo spettacolo, prodotto dal Teatro Stabile, con Alessia Giuliani, Alberto Giusta, Davide Lorino, Aldo Ottobrino, Gisella Szaniszlò, la versione italiana di Fausto Paravidino, le scene e i costumi di Laura Benzi e  le luci di Sandro Sussi. Il testo, adattato per il grande schermo dai due autori, e dal quale sono stati tratti due film: “Cena tra amici” (2012) e “Il nome del figlio” (2015) di Francesca Archibugi con Rocco Papaleo, Valeria Golino, Alessandro Gassman e Micaela Ramazzotti, è noto: Vincent, un agente immobiliare, viene invitato a cena dalla sorella Elisabeth e dal cognato Pierre, entrambi professori a Parigi. Alla cena partecipa anche Claude, un amico d’infanzia di Elisabeth. Una serata conviviale, fra amici quarantenni della media borghesia, viene improvvisamente sconvolta: mentre tutti aspettano l’arrivo della sua compagna (Anna), Vincent annuncia che diventerà padre, ricevendo abbracci e felicitazioni. Quando però egli rivela il nome scelto per il nascituro, la miccia fa esplodere l’incredulità e l’indignazione generale. Un nome dichiaratamente di “destra”, che manda in bestia i padroni di casa, intellettuali di “sinistra”. Il dubbio è che si tratti di una provocazione o di uno scherzo, ma il futuro genitore insiste. Così la discussione degenera, scoperchiando vecchi rancori, scatenando una crescente ironia ed un cinismo che travolge tutto e tutti. E come anticipavo, questa intervista, invece di essere questo, o meglio, invece di essere soltanto questo, è diventata una piacevole chiacchierata alla scoperta del lavoro, dei sacrifici, magari anche delle paure e dei dubbi che si intersecano al bagaglio di emozioni che fanno del teatro, almeno immagino, qualcosa di unico ed irrinunciabile.

Signor Zavatteri, quali sono stati i momenti più belli e quali quelli più difficili della messa in scena di Le Prenom? Devo dire che molto spesso, durante la lavorazione, questi due aspetti sono stati coincidenti. Avevo a che fare con una drammaturgia già affrontata al cinema per ben 2 volte: la versione francese è stata un successo, cosa che ho appreso e scoperto dopo aver deciso di realizzarne la regia. Avevo anche un po’ paura degli inevitabili paragoni, ho valutato a lungo la possibilità di “addomesticarlo” ed avvicinarlo ad un contesto italiano, poi ho deciso di lasciare l’ambientazione esotica e di vedere che tipo di reazione ne sarebbe seguita. All’inizio ci sono stati   molti timori che poi fortunatamente si sono diluiti durante la lavorazione.

Che reazione si aspetta da parte del pubblico? Oltre al divertimento inevitabile spero che si avverta il fatto che non ho trattato questo testo in maniera tale da spingere forzatamente il lato comico. Sono curioso adesso di scoprire se questa scelta mi ripagherà: certo lo spettacolo dovrà far ridere, altrimenti sarà un fallimento, ma io volevo qualcosa di più. Non faccio parte dei sostenitori del teatro che deve dare insegnamenti, il teatro non deve imporre, deve piuttosto essere sprone ad una riflessione. Nel testo c’è una questione di ideologie, ci sono 2 idee che si confrontano e che si scontrano e la contrapposizione delle argomentazioni che vengono addotte dai protagonisti è uno degli aspetti più interessanti di quest’opera. Non è corretto dire che una ideologia sia più giusta rispetto ad un’altra: è il ragionamento la chiave di lettura di quest’opera, ed è più importante dell’ideologia stessa.

Come trascorrerà la sera precedente al debutto, dunque la sera del 20 novembre? Ha qualche rito scaramantico? In genere cerco di arrivare al debutto senza grosse preoccupazioni e con il minimo lavoro possibile, lascio i miei attori liberi e senza imposizioni, non posso caricarli il giorno prima. Non ho nessun rito in particolare, soffro come un cane durante lo svolgimento dello spettacolo, mi metto in sala e comincio a notare le cose che non vanno, quello è forse il momento più difficile.

Cosa la aspetta dopo questo debutto? Farò una piccola tournee di Cyrano e poi a febbraio riprenderò l’Otello con Filippo Dini in cui interpreto Iago, saremo a Bellinzona prima e poi a Genova. E poi sto lavorando a progetti ancora in embrione.

Che tipo di spettatore è Antonio Zavatteri? Riconosco che al cinema sono più tollerante e di solito ne esco abbastanza contento. In teatro, invece, faccio più fatica a divertirmi, sono intollerante ma non perché penso che magari quella stessa cosa la farei meglio io, o forse è anche quello. Il problema credo sia piuttosto oggettivo: alcuni spettacoli sono noiosi e la qualità è scarsa per vari motivi. Anche forse per problemi di distribuzione: talvolta spettacoli di pregio, interessanti, sono relegati in spazi angusti e non seguono la distribuzione dei grandi teatri, di quelli più importanti, ma questo è un fenomeno che tocca quasi tutti gli ambiti lavorativi. Il successo del risultato dipende spesso da dinamiche diverse che abbassano la qualità del teatro. In Tv guardo soprattutto le serie e devo dire che ormai hanno riportato una grande passione per le storie, sempre più spesso le vicende delle serie diventano argomento di conversazione, perfino a tavola, ed è positivo, non va demonizzato tutto ciò o guardato con un atteggiamento snob. Ci sono tanti prodotti di grande valore, penso a Gomorra, in cui ho lavorato, e che è diventata un po’ come un marchio di successo, a 1992 di Stefano Accorsi e a Non Uccidere.

Il pregio ed il difetto che le fanno notare più spesso sul lavoro? Come pregio credo la delicatezza con cui riesco a mantenere il controllo, la leadership, si sa che la democrazia a teatro non esiste ma comunque servono persone che mantengano il comando ed io so farlo in maniera morbida. Il difetto è che forse laddove qualcuno mi fa innervosire nel momento della creazione, lo mollo, lo allontano e non riesco più ad occuparmene oppure per farlo devo violentarmi e questo a discapito dello spettacolo.

Antonio Zavatteri ed il Ravello Festival: le va di provare ad indovinare il tema del prossimo festival? Non so: variazioni, ascolto, pensiero?

Chiudiamo l’intervista ed io penso a quanto possa essere interessante come tema quello dell’Ascolto, poi mi accorgo che Antonio Zavatteri ha usato 3 parole emblematiche e che credo facciano parte del suo modus operandi. E mentre scrivo questa intervista so che è venerdì 20 novembre e che manca solo un giorno al debutto di Prenom e so che Antonio Zavatteri sarà là, fra palco e testo, a sfidarsi nuovamente.

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