Per chi non crede al destino, per chi fa scetticamente decadere l’equazione momento giusto – posto giusto, o il refrain fin troppo abusato del salire sul treno- cometa dell’occasione, credo che questa intervista con Federica Di Martino, bellissima attrice abruzzese, possa costituire una sorta di risposta e fare da panacea alle disillusioni, o magari indurre ed invogliare a sognare un po’ di più e a crederci fino in fondo. Federica Di Martino, come lei stessa racconterà un po’ più avanti nel corso dell’intervista, incarna perfettamente questo meccanismo “ fatale” di segni da cogliere ed interpretare al volo per non perdere l’appuntamento migliore, quello appunto con il destino. Si concede alle mie domande alle 15,30 di un pomeriggio come tanti e da ogni parola trasuda tutto l’amore, viscerale, genetico, per il palcoscenico, per il teatro.

Federica, hai cominciato esordendo in una fiction di successo, Ricominciare: è giusto? Ci racconti il tuo “ingresso” nel mondo dello spettacolo? «In verità non è stato proprio quello il mio esordio, io ho cominciato infatti a teatro. Ho studiato all’ Accademia Silvio D’Amico, la prima scrittura fu  con Ronconi il Peer Gynt di Ibsen. E poi da lì è stato tutto un susseguirsi di cose. Poi è stata la volta di Peppino Patroni Griffi che mi ha diretta in Sei Personaggi in Cerca d’autore di Pirandello. Ma la svolta c’è stata quando ero al Parioli con Quartullo in Quando eravamo repressi, lì un agente mi ha notata, e mi ha scelta. Ho cominciato con Rossella Izzo in Una donna per amico e poi per due anni sono stata protagonista di Ricominciare. Ho fatto poi altre cose in tv, ma, ad essere sincera, l’esperienza televisiva, per quanto estremamente importante e formativa, non ha fatto altro che acutizzare il mio amore per il teatro, perché ne sentivo fortissima la mancanza. Così dal 2003 ho cominciato  a dedicarmi esclusivamente al teatro e ho fatto diversi spettacoli, con collaborazioni importanti».

Sei comunque stata protagonista di fiction di grande impatto sul pubblico: come giudichi il grande successo che la fiction sta riscuotendo, specie negli ultimi anni, nei palinsesti televisivi? «La fiction ha una grande valenza, ma è sicuramente un modo di lavorare diverso dal teatro. Mi piace, la guardo, l’ho fatta, ma non potrei mai sostituire l’emozione che mi offre il teatro, in cui il rapporto con il pubblico è forte e diretto».

Il tuo primo fan? Chi per primo ti ha sostenuto? «Fan veri e proprio direi di no. Sicuramente tanti sostenitori ed amici che mi hanno incoraggiato. In questo anche i miei genitori. Poi, ovvio, nell’arco della mia carriera, ho avuto modo di incontrare tante persone che mi hanno incoraggiata, ma farti un nome o parlare di una persona guida, no».

C’è stato un incontro illuminante nella tua vita professionale, nella tua carriera? «Sicuramente quello con Luca Ronconi è stato determinante anche perché ho avuto modo di seguirlo sin dall’inizio in questa meravigliosa tournee fra Parigi e Cracovia che mi ha subito dato la misura e la dimensione del mondo teatrale. E poi penso a Peppino Patroni Griffi, a Gabriele Lavia. Adesso, l’incontro che mi tiene di più con il fiato sospeso in quanto ad emozione, è quello con questo giovane regista teatrale, trentenne e geniale, Damiano Michieletto con cui debutterò al Piccolo Teatro di Milano a Febbraio in Divine Parole, un testo di Ramon di Valle Inclan. Non ho mai lavorato con lui, ma sento che sarà splendido e sono piena di entusiasmo. E poi ancora un incontro importantissimo è stato quello con la scrittrice Dacia Maraini, abruzzese come me, che stimo tantissimo. Fondamentale poi la collaborazione costante con il Teatro Stabile di Abruzzo».

Perché il teatro? Sei figlia d’arte? «Assolutamente no. Sono figlia di una casalinga e  di un ispettore navale, dunque quanto di più lontano potesse esserci dal palcoscenico. Dopo la maturità, mi sono iscritta a Giurisprudenza, facevo anche danza in verità, e ho fatto teatro amatoriale dai 16 ai 19 anni. Poi ho visto uno speciale dedicato all’Accademia Silvio D’Amico e ho sentito che mi sarebbe piaciuto entrare, ma poi, tornando con i piedi per terra, mi sono resa conto che non essendo una persona dell’ambiente, per me sarebbe stato impossibile entrarvi. Poi, ecco, il destino. Un giorno sono dovuta andare a Roma per una visita medica specialistica e lo studio di questo specialista era in Via Bellini, proprio vicino all’Accademia. Quando ho terminato la visita, mi sono trovata davanti al palazzetto dell’Accademia e ho preso d’impulso il bando di concorso. Ho partecipato e l’ho vinto. Inaspettatamente. Quindi, si, forse era destino».

C’è un lavoro teatrale che ti rappresenta meglio? Hai, insomma, una preferenza? «Sicuramente il monologo che ho portato in giro l’anno scorso, Cronaca di un Amore rubato, tratto dal racconto di Dacia Maraini: è la storia drammatica di una violenza di gruppo ai danni di una ragazza. A novembre prossimo debutteremo a Firenze, sono molto legata  a questo lavoro e lo riproporremo con gioia, grazie anche alla stima incondizionata e all’incontro con Dacia».

Quale consiglio vuoi dare ad un giovane che decide di entrare nel mondo del teatro? «Un giovane, aspirante attore dovrebbe innanzitutto studiare. Oggi, il mestiere di attore è visto come coperto da una nebulosa, c’è troppa confusione, si crede che sia un mestiere facile, a cui tutti possono arrivare. Invece non lo è, bisogna studiare e tanto, bisogna avere forza, coraggio, ostinazione perché il momento non è facile, è confuso, ci sono pochi sostegni economici e davvero serve una grande forza di volontà per non arrendersi e fare quello che si ama».

Ci parli dei tuoi prossimi progetti? Ci sarà ancora tv nel tuo futuro? O cinema? «Si come ti dicevo prima debutteremo appunto al Piccolo Teatro di Milano con Divine Parole di Michieletto. Per la tv, no, al momento non ho nulla in programma ed il cinema, ahimè, non si è mai accorto di me. Forse, in questo caso e all’inverso, non è scattato quel gioco di coincidenze che c’è stato invece per il teatro. Magari, quando era il momento di essere presente, io ero in giro per una tournee teatrale, quindi è mancato il gancio, è mancata l’occasione. Ma fare teatro è la mia vita, quindi non rimpiango nulla, certo il cinema mi attrae e spero di poter essere magari presente un giorno anche lì».

In parte mi hai già risposto, ma se non fossi diventata un’attrice, oggi saresti? «Un avvocato penalista».

Ci dici un tuo pregio ed un tuo difetto quando reciti? C’è qualcosa di cui sei particolarmente contenta nel tuo modo di recitare? «Io non sono mai contenta! Assolutamente! Non provo alcun compiacimento alla fine di una mia prestazione, anzi, trovo sempre qualcosa da migliorare o mi dico: “certo quella parte lì potevo farla meglio!”. Sono una perfezionista».

Come ti vedi fra 20 anni? Ancora a calcare un palcoscenico o magari al cinema? «Non lo so, non mi vedo proprio! Nel senso che molto dipende da quello che sarà di questo Paese, non ho una visione lungimirante, riesco a guardare piuttosto bene almeno da qui ad un anno, ma non oltre. Molto dipende forse anche dalla situazione attuale del teatro in Italia, ci sono tanti problemi, è vero, ma tendo ad essere un’ottimista e non mi piace piangermi addosso. E’ un momento critico, ma i momenti critici ci sono sempre stati, anche quando io ho cominciato. Però intravedo dei segnali positivi, e punto su quelli. Questo Paese è pieno di talento, di bellezza, si dovrebbe solo investire di più nella cultura e dare importanza alla meritocrazia, bisogna trovare le persone adatte, con le giuste competenze e non improvvisarsi, ma non solo nel teatro, in tutti i settori».

A chi vuoi dire grazie? «Posso dirlo a mia madre e a mio padre? Ecco, li ringrazio di cuore. E poi dico grazie a tutti gli artisti e a tutti gli addetti ai lavori che, nonostante le difficoltà, continuano a lavorare con grande onestà».

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