Questa intervista poteva iniziare in mille modi diversi, essendoci tanto, tantissimo da dire su Marco Spagnoli, giornalista, scrittore, documentarista, critico cinematografico e produttore. Direttore de Il giornale dello Spettacolo, corrispondente dall’Italia per la rivista tedesca Blickpunkt Film e ancora Director of International Programming del Roma Fiction Fest 2014, direttore artistico del Galà del Cinema e della Fiction in Campania e del Premio Golden Graal. Invece questa intervista è iniziata una mattina di agosto parlando proprio di Ravello e di Ravello Festival. Di Ravello perché uno dei primi posti in cui Marco Spagnoli, napoletano di nascita, ha portato la moglie è stato proprio Ravello di cui ricorda benissimo Villa Rufolo e di Ravello Festival perché nel 2009 è stato lui ad accompagnare Fernando Meirelles alla proiezione del suo film. La prima immagine, infatti, che gli salta alla memoria è quella del palco sospeso sul precipizio, così come mi dice emozionato. Iniziamo quindi una chiacchierata su cinema, potenzialità dei giovani, progetti ed industria cinematografica.

Marco, il tema del Ravello Festival 2014 è il Sud, il sud inteso non solo come riferimento geografico ma soprattutto come modo di vivere e di essere. Tu sei napoletano, puoi darci una tua definizione di sud? «Il sud è una geografia dell’anima, e, soprattutto, è assolutamente sganciato da ogni riferimento anagrafico, perché è un modo di essere, di porsi. Al sud c’è una leggerezza che, attenzione, non va intesa come superficialità, speciale e che io conosco benissimo essendo nato al sud. Mi sono sempre chiesto ad esempio perché il Gran Tour, i protagonisti del Gran Tour, si siano soffermati al sud, e poi la risposta me la sono data: il Sud ha un modo di coinvolgere ed accogliere, e non intendo solo delle persone, ma proprio della fisicità dei luoghi, del loro modo di attrarre, che non esiste altrove. Una sensazione, questa, che ho provato in diverse città del sud in cui sono stato, da Palermo a Reggio Calabria».

Ci racconti come è nato il tuo intenso rapporto con il mondo del cinema? «E’ iniziato in un modo assolutamente banale, io volevo solo scrivere, diventare uno scrittore, ho sempre desiderato fare questo. Ma, ahimè, non avevo nulla da raccontare e quindi, essendo soprattutto un avido lettore, ho deciso di raccontare il racconto altrui, inteso come racconto cinematografico. Ho iniziato quindi come giornalista e preferisco questa definizione più che quella di critico perché in realtà più che fare una critica, io preferisco raccontare appunto il racconto. Poi da là il passo è stato breve: mi è accaduto sostanzialmente quello che succede a chi ama mangiare, a chi ama la buona cucina che, alla fine si trova a passare dall’altro lato e dunque a cucinare. Infatti sono passato alla produzione: sono prevalentemente un documentarista».

Qual è il più grande pregio del nostro cinema e quale il suo più grande limite? «Il grande pregio che il cinema italiano possiede è quello di essere un crogiuolo di personalità emblematiche e fondamentali, anzi direi uniche nella storia del cinema mondiale. Volendo fare un paragone, il nostro cinema è paragonabile alla letteratura francese che ha una sequela di nomi da brivido concentrati appunto in un solo Paese. E la cosa che mi stupisce di più e che di conseguenza apprezzo, soprattutto guardando ai registi di nuova generazione, quali Paolo Sorrentino, è che non c’è interruzione con il passato ma un’evoluzione in senso positivo. Il limite del nostro cinema è sicuramente che   non si può parlare di un’industria cinematografica. Molto spesso si dice anche che il nostro cinema non è esportabile, una cosa che non condivido assolutamente e che trovo riduttiva e non vera, anche perché abbiamo avuto esempi che andavano in tutt’altra direzione, se pensiamo ad esempio a Muccino. Abbiamo sicuramente poi delle tematiche emblematiche: facendo sempre un paragone con la letteratura, come nella letteratura israeliana il tema dominante è la terra, il nostro cinema si focalizza soprattutto sulla famiglia, sulle storie legate alla famiglia».

 

Come spieghi il grande successo riscosso in Italia dalle fiction? E’ una tendenza del gusto degli spettatori oppure è un’alternativa ad una proposta cinematografica non più soddisfacente? «Beh, innanzitutto si spiega con la crisi tangibile dei reality, che non hanno assolutamente più appeal sul pubblico.  Va sottolineato che un reality funziona solo quando è in diretta, i reality registrati hanno assolutamente vita breve. Poi si spiega anche con il disinteresse per i dibattiti politici, in bilico ormai fra uno psicodramma collettivo ed il gossip. La fiction si propone come alternativa essendo più semplice, godibile, fruibile, anche se ha una fascia demografica di attrazione precisa. I giovani, ad esempio, guardano la fiction, ma quella americana ed inglese. Le fiction italiane, invece, hanno appeal su un pubblico prevalentemente adulto e ha successo anche perché ha ereditato dal cinema la varietà che al cinema manca. Il cinema italiano è spesso ancorato ad un genere dominante, pensiamo alla commedia, mentre le fiction, specie quelle di ultima generazione, pensiamo ad un successo come Braccialetti Rossi, offrono prodotti variegati».

Cosa pensi del rapporto fra il cinema e   i giovani? Pensi che il nostro cinema offra possibilità sufficienti ai giovani? «Vedo nei giovani grandissime possibilità, penso agli ultimi 5 anni in cui abbiamo visto venire alla ribalta personaggi come PIF, o come Edoardo De Angelis, penso anche a talenti come Elisa Fuksas. Ciò che pregiudica il tutto è il perenne clima di sospetto che c’è in Italia, anche quando il talento è genuino. Credo che per i giovani in Italia si faccia molto ma non si faccia abbastanza, che potrebbe sembrare un controsenso. Bisognerebbe tutelare di più le opere prime e motivare i giovani perché in Italia abbiamo un talento straordinario».

I tuoi prossimi progetti? «Mi aspetta Venezia, alla 71 esima edizione del Festival del Cinema di Venezia il 20 settembre  presenterò il mio documentario dedicato a Sofia Loren ed intitolato “ Donne nel mito: Sophia racconta la Loren”Questo documentario rappresenta la conclusione di una trilogia che ho dedicato alla Dolce Vita in cui ho raccontato i personaggi legati a quegli anni, prima con Diversamente Giovane dedicato a  Giovanna Cau, leggendaria agente di Federico Fellini, Marcello Mastroianni, Sophia Loren ed altri grandi personaggi di quegli anni, poi  quello dedicato ad Enrico Lucherini – Ne ho fatte di tutti i colori, in cui racconto le celebri “ lucherinate”».

I tuoi prossimi progetti? «Ne ho diversi in corso, mi piace portare avanti parallelamente più cose, in particolar modo ne ho 2 o 3 che dovrei chiudere entro il 2014. Intanto continuo a fare il giornalista».

Quale genere di film vorrebbe che si realizzasse in Italia nei prossimi anni? «Fantascienza, assolutamente. Ormai possediamo anche la tecnologia necessaria per farlo ed è un modo, straordinario a mio avviso, di riflettere sul presente e non sul futuro, soprattutto in un periodo così difficile per il nostro Paese. L’Italia, fra l’altro, ha anche una letteratura di fantascienza piuttosto nutrita ed è un patrimonio da cui si potrebbe attingere perfettamente, la fantascienza potrebbe diventare una sorta di maschera per raccontare il nostro Paese in modo nuovo evitando il rischio di incorrere in un film inchiesta e dunque soggetto a censure e limitazioni». 

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