La prima cosa che devo sottolineare, è che questa non sarà un’intervista come tutte le altre. Se dovessi paragonarla ad un fiume in piena, l’attore e regista Giovanni Piccirillo, sarà il fiume mentre le domande, puntellate dagli argini numerati, i confini che la sua “portata” eccezionale di vitalità, entusiasmo, preparazione e storie, ha elegantemente infranto ma senza creare danni, solo allagandomi di ammirazione e curiosità. Ho provato più volte nel corso dell’intervista a stabilire dei punti fermi, un planning delle cose da chiedere, ma poi è stato tutto così incontenibile che imbrigliarmi in una serie di domande, sarebbe davvero triste e riduttivo. Così, grazie a Giovanni, mi ritrovo in uno scorcio da film, la location è Testaccio, Roma, ogni tanto c’è qualche puntatina a  Corso Trieste dove si sta girando uno spot per una nota compagnia telefonica, in alcuni giorni ci si ferma a fare quattro chiacchiere con un vicino di casa come Favino, e c’è addirittura Quentin Tarantino che esce da un noto ristorante e si ferma a parlare di cinema. Mi ritrovo con uno sforzo di immaginazione, in una Roma bella e  fatta non solo di salotti corrotti e della “Grande Bellezza”, ma composta anche dalle periferie, dai lego dei palazzoni, dal brulicare delle famiglie in difficoltà, dai tatuaggi dei ragazzi sfrontati con storie al limite, dagli eccessi del razzismo, dell’emarginazione e del disagio sociale, della tossicodipendenza. Insomma, vengo catapultata in un orizzonte parallelo e, ad un certo punto, non ho più voglia di domandare, perché so che tutto ciò di cui ho bisogno per descrivere Giovanni Piccirillo, verrà naturalmente dalle sue parole, davvero tante, incontenibili. Alla fine, mi ha convinto: gli invidio, ma bonariamente, il mestiere che non lo fa dormire di notte, quello stesso per cui, spesso, chiede ad amici, collaboratori e colleghi se non sia malato, perché anche a letto, continua a lavorare, in un certo senso, pensando a montaggio, scena, tagli di scena e giammai in dissolvenza, imparerò anche questo. Tuttavia, da qualche parte dovrò pure iniziare, almeno qualche domanda mi è d’obbligo porgliela. E lo faccio.

Giovanni, come hai iniziato questa carriera? Insomma, quando hai capito che fare cinema era nel tuo destino? Tutto è iniziato inaspettatamente, grazie a degli amici comuni. Considero il momento focale della mia carriera, l’incontro imprevisto con Claudio Noce. Poi sono venuti Luchetti, Elio Germano, conosciuto già ai tempi del teatro dei Cocci e con cui ho recitato in “Mio fratello è figlio unico”, grazie al trait d’union di un amico comune, Gianni Costantino. Ma tutto è iniziato con un corto di Claudio Noce in cui mi è stato chiesto di fare un cameo. L’incontro è avvenuto al Bar Giolitti. Nel 2004, poi, ho iniziato a realizzare cose mie, girando fra le periferie di Roma, focalizzando l’attenzione sui giovani che provengono da realtà e famiglie difficili, perché questo è per me il modo migliore di imparare. Ho come punto di riferimento Pier Paolo Pasolini, il realismo. Ad un certo punto mi sono reso conto che recitare non mi bastava, che volevo dare il mio punto di vista. E poi da quel momento non ho mai smesso di essere sui set, ciò che mi affascina di più è l’essere sempre coinvolto, molto spesso Luchetti girando anche degli spot nelle vie di Roma, come quello della Tim a Corso Trieste mi ha contattato perché mi recassi sul set. È una scuola continua, costante.

Lo show real di Piccirillo con le scene di “Mio fratello è figlio unico”

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Sei sostanzialmente un regista indipendente ed il cinema indipendente, anche all’estero, sta dando grandi risultati. Secondo te ha effettivamente una marcia in più? Il cinema indipendente è una grande risorsa, pur essendo sostanzialmente a basso costo. Anche se ormai dal 2008 vedo pochi film italiani, e mi concentro per lo più su quelli stranieri, sono convinto che il cinema indipendente sia una grande occasione. In Italia è sempre più complicato per un giovane regista indipendente emergere e portare avanti le proprie idee, anche alcune rassegne importanti come la Festa del Cinema di Roma, sono parate di stelle e di grandi nomi, ma difficilmente vengono fuori lavori interessanti, appassionanti. Invece ci sono festival minori, piccoli satelliti che sono intorno ai grandi eventi, in cui c’è spazio per i giovani registi indipendenti, e spesso questo succede all’estero. Ecco perché, nel momento in cui le chances qui si riducono, bisogna avere il coraggio di tentare altrove. L’indipendenza fa la differenza.

A chi si ispira maggiormente il tuo lavoro? Pasolini, come ho già detto, Gus Van Sant. Claudio Noce, che considero un maestro, il cui talento non a caso è stato ulteriormente consacrato da La Foresta di Ghiaccio con Kusturica, la Rapparort ed Adriano Giannini. Considero il cinema una creatura viva, che tuttavia va accudita, circondata di attenzioni. Io stesso, molto spesso, quando vado al cinema, porto con me un taccuino, proprio per dare subito forma alle mie idee, spesso forse dirompenti, oltre che originali. Ad esempio a breve girerò un corto ambientato in una lavanderia a gettoni, ma di sera. In questa insolita location si incontreranno tre anime con tre diverse storie e destini, si va dalla ragazza Eritrea al malandato, al tossico. Ci sono degli elementi del cinema che per me sono imprescindibili e che richiedono la maggiore attenzione possibile, ad esempio io ho una fissa per il montaggio, oltre che per il suono, ed in questo campo mi avvalgo di Giorgio Baldi, chitarrista di Max Gazzè. Sono un perfezionista. Ho anche in progetto un documentario dedicato all’ultimo partigiano che vive a Roma. Purtroppo in Italia, a parte i costi del cinema, ci si attarda perché c’è troppa burocrazia, domande per la location, per girare; all’estero è tutto più facile, snello e veloce.

Cosa fa di un regista un bravo regista e cosa fa di un regista un regista straordinario? È molto semplice: un buon regista racconta storie vere, reali. Il regista straordinario è colui che rende quella storia reale parte di tutti e permette al pubblico di immedesimarsi nella vicenda e di uscire dalla sala convinto di aver trascorso due ore o più in maniera piacevole. Ho sempre sostenuto che la vera critica non è quella degli addetti ai lavori, ma quella del pubblico che paga per entrare in sala e decreta il successo o meno di questo o quel titolo.

Ci sono delle persone che ti hanno dato di più non solo in termini professionali ma soprattutto umani? Il mio operatore audio, Gianluca Scarlata, e soprattutto il mio montatore, Ico Fedeli. Ho lavorato con lui seguendolo un po’ dovunque, soprattutto ai tempi in cui girava mini fiction per Voyage. Con lui ho imparato cosa fosse un polarizzatore, uno strumento che taglia le ombre, stare sul set è fondamentale, è un corso di aggiornamento continuo e non si finisce mai di imparare. Anche se poi io ho delle mie preferenze: innanzitutto girare a mano, e poi preferisco i tagli netti e totali alla dissolvenza. Inoltre adoro gli attori normali, quelli che davvero rendono vera una storia. Spesso metto annunci di casting anche su facebook quando sto per girare, sembra una follia, ma sono convinto che più si è normali, più si ha la possibilità di avere successo e più si ha forza per affermarsi.

Qual è la parte più bella quando si è sul set? Sicuramente essere uniti, fare gruppo, essere in continuo contatto. Per alcuni questo non è essenziale, anzi si propone quasi sempre un’immagine stereotipata del regista avulso dal gruppo di lavoro che dirige. Io trovo invece, che sia fondamentale stabilire un rapporto di amicizia, di corrispondenza, specie se si lavora con persone che non hanno mai recitato, alle prime armi e che dunque vanno incoraggiate. Molto spesso i miei set si chiudono con una cena finale che è permeata certo dalla gioia di aver finito il proprio lavoro, ma anche da quella poetica malinconia che avvolge tutti i finali, in cui magari ci si incoraggia dicendo che ci si rivedrà per un altro lavoro, per una nuova occasione. Ecco, anche incoraggiare le persone con cui si lavora è fondamentale, aiuta sicuramente a credere in se stessi. E poi bisogna essere tutti allo stesso piano, senza creare disparità che generano solo difficoltà e spezzano l’armonia necessaria ad un set. 

Ci parli del film Bianco? Roberto Di Vito mi ha chiamato per coinvolgermi in questo film, la storia di due “sfigati” che mettono in atto un rapimento e, successivamente, si accorgono di aver preso la persona sbagliata. Il titolo rimanda la persistenza nelle inquadrature proprio del colore bianco:  bianche sono le mattonelle, le bende che avvolgono il malcapitato, Luigi Mariotti, legato mani e piedi, il film diventa la storia di uno stato d’animo più che di un essere umano. Il bianco in genere è sinonimo di purezza, qui diventa quasi una gabbia allucinante e cozza con l’immagine nera che il rapito sogna tutte le notti, nelle sue elucubrazioni mentali, in un ritorno al passato fatto di occasioni perdute e ricordi, alcuni addirittura mai vissuti. La sceneggiatura è scarna, il ritmo volutamente lento e c’è una prevalenza di malinconia quando il rapito si renderà conto di non essere stato cercato da nessuno, dai parenti o dagli amici, e intuirà di essere il primo nemico di se stesso. La soddisfazione più grande di questo film, è stata ricevere una critica lusinghiera di Curzio Maltese che addirittura ci ha riferito di averlo visto più volte. A Maltese sono piaciuto il senso di claustrofobia, la depressione, la sfortuna del personaggio principale e dei suoi rapitori. Ancora oggi, il film è del 2011, vengo contattato per le presentazioni di Bianco in giro per l’Italia.

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Il tema di quest’anno del Ravello Festival è il Sud, inteso ovviamente non solo come riferimento geografico. Ci daresti una tua definizione di Sud? Mio padre è originario di Napoli, io ho una mia personalissima ammirazione per il Sud che considero un volano eccezionale per le storie che possono essere raccontate e per le persone che lo abitano, c’è una forza unica. Molto spesso sono stato invitato al Giffoni Film Festival e adoro il borgo di Terravecchia, ho passato intere giornate a parlare con i giovani del posto e, guardandomi intorno, mi stupivo che potessero avere dei problemi. Invece c’è tanta insoddisfazione, i ragazzi mi confessavano di voler andar via per la diossina, per i problemi legati al lavoro, così ho promesso loro di tornare e magari di raccontare il tutto in un film, sarebbe interessante. In realtà dopo Io non ho paura, o Malena, o altri pochi film, non ho più visto storie raccontate al Sud che fuoriuscissero un po’ dal cliché della terra tormentata dalla mafia. È un filone vecchio, che era in voga anche dieci anni fa e continua a sussistere: c’è bisogno di più realtà, di scoprire i giovani, di dare storie vere. Ecco io mi aspetto una bella storia magari a confine fra Basilicata e Puglia, qualcosa di dirompente che renda giustizia al sud e lo rivaluti come merita.

Quali sono i tuoi prossimi progetti? Realizzare il mio corto girato nelle lavanderie a gettoni e continuare ad essere come sono. Ho anche proposto alcune sceneggiature a Valerio Mastandrea, che conosco da tempo, e sono in attesa. Le difficoltà sono tantissime in questo mestiere, ma non bastano a fermarmi. Io spero di avere il coraggio di essere sempre me stesso, un regista indipendente che crede nella libertà e che non ha paura di fare scelte impopolari. Una volta Corso Salani mi disse “Giovanni, il tuo problema è che non scendi a compromessi, specie con i produttori”. Ecco, è vero, io non sono in grado. Mi piace portare avanti il mio modo di essere, mi piacciono i miei progetti, la realtà che inseguo e che amo filmare, e questa ansia perenne addosso che spesso mi impedisce di dormire e mi costringe a ripensare in continuo se ho fatto bene questo o quel montaggio. Forse sarò malato e, comunque, come spesso ripeto ,spero di non finire all’inferno per aver abusato troppo del cinema indipendente!

Giovanni Piccirillo termina l’intervista, durata più o meno telefonicamente quasi un’ora. Eppure non ho avuto l’impressione di aver trascorso c tanto tempo al telefono. Forse proprio perché tutto quello che mi ha trasmesso è stata pura, autentica passione.

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